0. Stimoli visivi, in gran quantità hanno incitato ciascuno a formulare immagini emotive in risposta alla notizia del terremoto. Ne abbiamo avuti anche oltre la sufficienza. Queste righe, perciò, non fanno parte del campo della notizia: non contengono un documentario, né un reportage di utilità pubblica. Questa è una risposta personale, a una terra che mi ha dato moltissimo; anche se forestiero mai negandomi nulla. Tagliacozzo, Vasto, Roseto, L’Aquila, Avezzano, Capistrello, Campotosto, Cancelli, Teramo, S. Gabriele, Roveto,
qualcosa incastrato nel mattone friabile del cuore.
1 – A24 La stessa strada di alcuni unici anni fa, per Avezzano, o verso il capoluogo dagli amici. Tra il pensiero a ciò che lasciavo, e già in presenza di ciò che aspettava all’arrivo; su tutto questa strana primavera, sormonta ciò che di passeggero
avanza.
2. “Immota Manet” Scesi dalle macchine, a S. Gregorio, e durante la traversata del capoluogo, le case soffrono e si vede. Lungo l’autostrada, i crolli dove appiccò un incendio attorno all’abbazia. Onna, al ritorno per lasciare materiale, passato il binario e via dei Martiri, poi via Alfieri e il corso: e ovunque è l’impressione di uno spappolamento, il senso degli edifici sciolti è di non insultare, ignorandola o sfruttandola, l’ingiustizia. Tu che sei forestiero e dai un aiuto, fai tua questa ingiustizia: non puoi restare straniero. Dimostra che il tuo aiuto è puro. Rimani ad aiutare, non a cercare te stesso.
3. Chi rotolerà la pietra? Pensare che per la gente comune era Pasqua, che mi preparavo alle feste e non al lutto; ma questo non motiva né acutizza l’ingiustizia. Un sacerdote, in una versione da campo del lunedi santo, inizia in memoria “di quelli che hanno pagato” l’ingiustizia con la vita. Saggezza popolare? Sempre i deboli, gli scoperti, gli immotivati, pagano per tutti? No, questo è solo un prestito. Via a grandi passi dalla retorica del troppo tardi, la questione abruzzese è lampante per la situazione italiana: dove, se trascuri il pubblico, la cura del tuo privato non salverà la vita in pericolo. Sul tavolo dell’Aquila il conto resta scoperto, chi ha ricevuto in prestito paghi il totale. E nella tempesta di responsabilità amministrative, politiche, imprenditoriali, mi volto a chi lavora con le coscienze, e chiedo.
4. Chi di professione scrive, compone ed è artista: come può ancora restare a occhi chiusi sulla questione comune. La parola “comune” ha subito uno sfratto nel significato di “astratta”? La situazione comune è la tua stessa condizione reale di esistenza: e chi ignora la propria condizione, gestisce libertà astratte alimentando convinzioni colpevoli di una rivoluzione illusoria. Egoisti. L’egoista è anzitutto un avaro con se stesso. Come se l’arte non fosse per natura e destino ispirazione e guida per una nazione. Questa generazione non è guidata da artisti trasformatori di coscienze in grado di svilupparle alla realtà, di ispirare a vivere in oltranza. Gli artisti italiani sono rimasti, in fondo, umanisti e quattrocenteschi: nel mondo in arte conta smontare categorie, trovare nuovi stati di grazia, rinfrescare l’estetica – e qui artisti italiani, impreparati, conservativi, inorriditi dalla politica, che si ispirano ancora secondo beniculturali formando animebelle. Non si definiscono italiani perché costa fatica. La denuncia è solo l’ultima arma in arte. Questioni come l’abruzzese, indicativa del centro-sud, devono essere vigilate, anticipate, combattute in formule persino artistiche. Un’arte che non si occupi, tra le priorità, di migliorare la condizione reale della nostra libertà è un’arte in-significante, di cui i prossimi nati faranno bene a
fare giustizia.
Marco Maccari